Recensioni


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Nel nero profondo di Mariella Soldo (Arduino Sacco Editore)

Recensione di Federica Volpe

 

"Mi piace pensare questo scritto come un antiromanzo, ossia un testo che con il suo linguaggio frammentario viene prima del romanzo, lo precede nei pensieri e nella forma, come un baco innocente che aspetta la pienezza delle sue ali". 

  Così comincia la nota dell'autrice posta al fondo del testo Nel nero profondo. La definizione data da Mariella Soldo sembra corrispondere maggiormente al termine anteromanzo. Ma l'autrice non ha bisogno di specificare davanti a se stessa e davanti al lettore arrivato alla nota le motivazioni di quell'ante che diviene anti, che sono intuitive poiché entrinseche e naturalmente radicate nel testo.

 Il testo, infatti, si presenta in prosa, ma non ha le caratteristiche di razionalità, ordine e coerenza che spesso la prosa si trova ad avere. E' un testo la cui protagonista è la  parola, e la parola ha un valore supremo. I personaggi stessi si confondono con la parola, poiché essa non è sfondo ma materia, fino al punto che non solo quasi non si riesce a distinguere un personaggio da un altro, ma anche il personaggio dalla parola di cui è composto.  

“Che differenza c’è fra poesia e prosa?” “La poesia dice troppo in pochissimo tempo, la prosa dice poco e ci mette un bel po’.”, scrisse Charles Bukowski. Pertendo da questa sintetica ma veritiera definizione, si può dire che la sfida che Mariella Soldo ha combattuto sulla carta consiste nel tentare di fare inchinare la prosa alla magia della poesia, andando alla ricerca del momento primitivo in cui le due ancora si corrispondevano. 

 Se è vero che la poesia sta in tutte le cose, è vero anche che essa giace sul fondo della prosa,  e l'autrice ha tentato di ripescare il nocciolo vivo di una storia che appare agli occhi del lettore quasi incomprensibile. La stessa Soldo definisce questo testo "un pugno nello stomaco", proprio perchè esso colpisce senza dare la possibilità di dare forma a ciò che ha colpito, ma solo di percepirne la forza. Questo testo è come un'anima vagante e pura, che non vorrebbe conoscere la corruzione dell'ordine e della ragione. Non è atto, ma potenza pura. 

 Questo scritto parla di poesia, di poesia che è dolore, arma, spirito, carne, salvezza, perdizione, vita, morte. E' un testo che è a sua volta poesia e "La poesia è sporca di tutto ciò che non si può dire". Per questo vuole essere un colpo in pieno cuore, senza che la ragione possa conoscere e vagliare i modi e le ragioni di quello schiaffo. 

 Fondamentale è la nota a fondo del libro dell'autrice, la quale consente di tirare le somme di un testo difficile e sperimentale, di capirne la trama sopita e solo intuita inconsciamente da chi legge, come la soluzione che arriva in fondo ad un giallo di cui si era solo intuito l'intrigo. Mariella Soldo propone un romanzo così come viene concepito ancora in boccio dal senno del suo autore, fortissimo seppure appena tratteggiato. 

 Credo che la chiave di lettura del testo sia nascosta proprio nella parola, nel testo stesso: "Non sforzatevi di tradurre l'arte, non sforzatevi". E allora non bisogna sforzarsi, leggendo questo antiromanzo, di tradurre l'arte, solo bisogna farsi trasportare da una corrente che solo i sensi possono percepire, senza che la ragione possa fare nulla, come in un incubo o in un delirio. Come nel nero profondo. 

 

Mi salvò l'ala sonora   di Sylvia Pallaracci (Lietocolle)

 

Recensione di Federica Volpe

 

 Mi salvò l’ala sonora è un vero e proprio canzoniere erotico tutto rivolto ad un “tu” che diviene coprotagonista dell’io poetico.

 Il discorso tenuto dalla voce suadente di Sylvia Pallaracci, però, utilizza l’amore e la carne per arrivare al nocciolo duro del suo stesso essere, come se solo il contatto con l’altro possa diventare elemento rivelatore della propria natura, della propria essenza.  

 In qualche modo l’amore diviene mezzo conoscitivo e di indagine per Sylvia, la quale solo attraverso di esso entra a contatto con la realtà, ma non la realtà esterna e contingente, piuttosto la realtà interna e segreta che diventa campo comune dell’io e del tu, che scivola lento nel noi come in un sogno o in una fiaba.

in La terra di mezzo la poetessa parla “di un appuntamento / sopra un ponte / nella mezza terra / di nessuno / che si fece / Universo / appena afferrammo / e unimmo / i nostri lembi / di vita”.

 L’idea dei corpi che si uniscono a formare un mondo a parte nel quale tutto è escluso se non l’amore che essi provano ed esprimono (idea che ricorda molto quella contenuta nella celeberrima lirica I ragazzi che si amano di Jacques Prevert) è ricorrente nell’opera prima della Pallaracci, come una ossessione di congiunzione dei due che nell’amore devono diventare uno, e in quell’uno una risposta, una salvezza.

Nella poesia Fuori stagione, per esempio, troviamo questi versi: “è malizia ermetica / quell’assorbirmi in te / e nel tuo trasporto abissale; // il sole sfora solo / quando divaghi / gli occhi dai miei”.

O ancora, nella lirica Dove ritorna la mia storia vi sono splendidi versi come “Mi aggrappo al tuo corpo / come a un diritto naturale”).

 Il corpo (di cui abbiamo infiniti ed interessanti richiami), dunque, è mezzo che porta all’unione per natura, una natura che a volte porta a contrasti interiori, perché l’amore totalizzante rischia di condurre alla spersonalizzazione.

  Questo desiderio di congiunzione diviene allora inquietudine, il sogno incubo, la fiaba tragedia. L’essere uno comporterebbe lo scioglimento del proprio io in favore del noi, un io che la poetessa difende con unghie sottili di pensiero, ma affilate come il verso. Proprio per questo l’amore narrato in questa raccolta, che la carne rende affascinante, assume tutte le caratteristiche di una lenta tortura, di un dolore indicibile.

E allora quel “tu” della quartina “Tu mi guardi / di cruda bellezza / come un sole smeraldo / sui greti” (da Per ombre e fuoco) può anche mutarsi in un buio feroce, talvolta in un semplice accettare l’amore come un dono reciproco di salvezza dolorosa (come in Dove ritorna la mia storia: “mani rapaci – quasi crudeli, / per salvarmi - / afferrano i fianchi / sfrontata allento la presa / e mi lascio (s)finire”); (come anche, in E’ solo questione di… : “Curvami all’indietro / e risalimi / come un destino gelido / che rovina dentro il fuoco”), talvolta accusando l’altro di prepotenza, di possesso (come in Sangue (blu): “avvelenato dal male / e da quel dio dannato / che benedici / di avermi creata // così // per te”); (o ancora, in Fuggevole: “mi faccio piccola // perché tu abbia ora paura / a smarrirmi // perché quando entravi tutto / nel mio ventre / ti era difficile immaginarmi / altrove”).

 E’ come se l’amore rendesse dipendente solo il “tu”, che diviene amante eppure anche nemico, affine eppure anche opposto.

 Tutto questo è sintetizzato in un succo amaro di pochi versi, all’inizio della lirica La costola di Adamo, che fin dal titolo spiega bene il rapporto di dipendenza/indipendenza tra uomo e donna, tra amante e amata: “Io ti piango dentro il fianco / l’amore, che scava un punto / dove potermi ritrovare / sola”.

 Infinite altre riflessioni serpeggiano eleganti tra le parole di Sylvia: riflessioni poetiche, metafisiche (alle quali conduce il corpo stesso poiché l’uomo è concepito come un’entità unica ed indivisibile), esistenziali, filosofiche. Tutto è ricucito dal filo rosso dell’amore, poiché componente fondamentale e imprescindibile, naturale e imposta.

 La poesia di Sylvia è una nuvola di sogno che prende una forma che pare indelebile per andare a disfarsi sull’azzurro del cielo, un tentativo di connubio tra concreto e astratto, metafisico e corporeo.

 Una prima raccolta che lascia la carne senza il suo fiato, per poi rianimarla, come in un eterno tentativo di medicazione.

 

 

 

Voci intime di Laura Marigotti (Onirica Edizioni)

 

 

Recensione di Barbara Bracci

 

Fin dai primi versi della poesia di Laura Marigotti si avverte che quelle Voci Intime hanno un proprio fondamento nel dolore e un personale sbocco espressivo nell’amore per il contrasto (“Al timone un piromane/ che vuole incendiare il mare” ; “Lingue di fuoco/ mangiano […] acquerelli”). E’ una poesia che umanizza, smitizza, costringe gli eroi a farsi uomini, si nutre del reale e ci trasporta nel campo del fallimento, della solitudine, della disperazione. Tali sentimenti non trovano radice nella vaga generalità sociale, ma nell’esperienza personale ad esso legata e non risparmiano la stessa poetessa (“Diffido di me quando rido”), che si muove a suo agio tra le figure e i pensieri notturni, mescolando abilmente la dimensione temporale col sentimento associato e, infine, con la parola poetica ( come quell’oblio di parole suggerito dalla nebbia).        La poesia della Marigotti non ha paura di gridare la propria intimità, e le espressioni o i temi forti trovano naturale giustificazione nel dolore e si condensano in espressioni di  forte carnalità, come nelle poesie Mani, Bambina Insanguinata, Brivido. E anche quando il tema centrale della poesia è il racconto dell’altro, che sia un vecchio nostalgico o una barista energica e scaltra, prevale l’identificazione e un sentire quasi partecipato    (   “Quando mai imparerò a separare ciò/ che è mio da ciò che non lo è stato?”), nonché un legame indissolubile con l’elemento concreto, tangibile ( come in San Lorenzo ), pure quando questa stessa materialità è fugace e passeggera (“Io resto della mia stessa materia/ plasmata e portata dai venti”). E’ anzi proprio in questa stessa fugacità che l’autrice trova una chiave positiva di lettura per la vita, associando alla donna un’ ancestrale forza trasformatrice e una energia terrena che le è da sempre propria, e che la rende capace di innamorarsi, ogni volta, del mare ( “il tuo richiamo/ che da sempre m’innamora”) , rendendola insieme sicura di nuove, promettenti albe.

 

 

Energia del vuoto di Giulio Marchetti (Puntoacapo Ed.)

 

Recensione di Barbara Bracci

 

 

La poesia d’amore (e di vita) di Giulio Marchetti  è un gioco, continuo, di distanze, alla ricerca della giusta adesione alle cose, quella giusta distanza che separa dalla conquista e dal pieno possesso dell’amore, o dell’ insolente verità. E' una poesia che mira, mette a fuoco e poi colpisce. Ed è proprio dall’impatto e dalla fusione che nasce la cecità, la devozione, l’annientamento del sé, nell’impossibilità, ora, di guardarsi da lontano e di riconoscersi nella propria reciproca diversità (“Ho scelto l’amore cieco per amore/ dei tuoi occhi”). La compenetrazione è tanto viva e totalizzante che l’autore la affida a immagini cosmiche, a cui attinge al di là del piano esperienziale (“L’alba di tutti gli oceani”), arrivando a invocare anche la luna, perché lasci intravedere fino a dove si può spingere la realtà dell'ignoto (“Mostrami […] dove termina la scia luminosa"). E nella poesia di Marchetti sembra essere proprio l’ignoto, il vuoto, l’assente, il non aspetto delle cose a costruire la realtà, come rileva il poeta Paolo Ruffilli in una nota finale. Non dunque la fede ma piuttosto la sua eco. L’istante viene così riattualizzato, forse addirittura strutturato,  nel ricordo o in una fotografia, o ancora viene sperato, sognato (“[…]un graffio di cielo/ inazzurra i confini dell’attesa”) e diventa perciò un lusso. In questa sospensione, in questo scarto emotivo e temporale, in questa alterità e in questa lontananza si rintraccia la forza dell'amante-poeta, la sua consapevolezza, l’accettazione della propria natura di sangue (“Tento una meccanica lontana dall’urto/ ma molto vicina al cuore”), la presa di coscienza rispetto all’eternità della notte (“Superati gli abissi e i fondali […] è ancora notte”) e il sapersi, alla fine dei conti, solo. Le stesse parole, nel loro mistero della verticalità, non sono al passo con la vita (“sono indietro di un respiro”), ma arrivano giusto un attimo dopo. E in quel piccolo spiraglio, in quel millimetro, in quel minuscolo spazio si concentra tutta la pienezza, la profondità, il tatto e la forza espressiva di questa poesia, con la sua forma e con la sua scelta lessicale perfettamente calibrate.

 

 

Perché il mare fa la nebbia siccome le farfalle non sanno nuotare sono tutte annegate” di Roberto Massaro (Ed. Il Filo)

 

Recensione di Barbara Bracci

 

 

Perché il mare fa la nebbia siccome le farfalle non sanno nuotare sono tutte annegate”.

Un titolo, una poesia detta tutta d’un fiato, nel quale scopriamo delle importanti anticipazioni sulla poetica di Roberto Massaro, che apre la propria silloge con parole di rottura, amplificate dalla frammentazione del verso. “Si sono rovinate/le mie/farfalle”. Una rottura provocata dall’altrui insensibilità (“Hai rovinato/le mie/farfalle”), una rottura riscontrata proprio nella circolarità della vita, nel soffio del vento, nei segreti di un mare immobile (“Anche il mare è chiuso per ferie”). Ma il mare per il poeta è chiave d’accesso all’universo interiore, e insieme simbolo, ed è proprio a questo punto della raccolta che avviene la vera immersione nella poetica di Massaro. Ora è l’anima a farsi onda perfetta e la farfalla d’antico colore  è chiamata a rappresentare l’essere, nei propri slanci vitali e nella propria continuità spazio-temporale. Incombe però il rischio del naufragio, quello in cui si incorre quando ci si cala nelle nebbiose profondità dell’essere, dominate dai toni del bianco e del nero (“Il fumo disegna l’atmosfera/ di bianchi/ed inconsapevoli arabeschi”).  Non ci sono però approdi sicuri in questa raccolta in divenire, e ogni pace apparentemente consolidata perde il controllo, sopraffatta dal sangue, dai ricordi, dalle lacrime, che si impongono di nuovo, e scompongono le tessere del gioco, parlandoci dell’attimo, impossibile da congelare ( “la mano cancella e plasma” ; “L’acqua scorre e leviga e distrugge”). Ma dentro questo oceano uniformante di appannata umanità il poeta scorge la parola, incontaminata e asciutta, alla quale consegna il proprio messaggio esistenziale, espandendo l’attimo vitale (“Ho solo parole di carta che mi rendono vivo”). Il buio ormai è amico, perché l’uomo ha avuto il coraggio di incontrare i propri picchi interiori, lasciandosi guidare, e non bloccare, dalla paura, vista da Massaro come uno splendido angelo, il quale ha in sé sillabe gettate d’oro, e che contiene in sé il seme della poesia. La raccolta si chiude infatti con la preghiera che questa vita ambulante possa proseguire, in tutte le sfumature che, nel bene o nel male, le sono proprie. Il poeta diviene, nella conquistata consapevolezza, cocchiere di nuove felicità. Un messaggio di cui Roberto Massaro ci fa partecipi grazie a una poesia asciutta e insieme fumosa, calda, benefica.

 

 

 

 

"Morocco Rococo" di Jane McKie (Edizioni Kolibris, 2010)

Recensione di Federica Volpe

 

 Jane McKie, poetessa scozzese donata all’Italia dagli abili cuore e mano di Chiara De Luca, è un essere che risulta, in modo piuttosto evidente, rotto dentro.

 La sua poesia diviene mezzo di ricostruzione, mescolando insieme tutti i piccoli pezzi del puzzle che la rappresentano: la grande cultura che dimostra di avere fatto propria, rappresentata da citazioni geografiche, mitologiche, scientifiche; il grande dolore, elemento che si fa solo intuire ma che, seppure in sordina, sa gridare forte verso l’orecchio attento; la riflessione, che diviene fondamentale anche per il lettore, il quale, per essere trascinato nell’affascinante pensiero della McKie, deve quantomeno essere disposto a darsi all’atto del riflettere.

 Jane McKie sembra presentare delle altre divisioni, all’interno della raccolta Morocco Rococo, che tendono alla ricostruzione dell’essere.

La donna è divisa, infatti, in quest’opera, tra mondo antico e fantastico (cita, per esempio, isole scomparse o inventate, come quella di Lyonesse, o ancora sono molti i riferimenti alle mitologie greca, celtica, germanica, ecc) e mondo nuovo e concreto (molti i riferimenti all’Africa o a paesi realmente esistenti connessi alla sua realtà), seppure alle volte il confine tra concreto e astratto si sperda a non dare certezze (né al lettore né alla poetessa) su cosa sia realtà e cosa fantasia (ad esempio, la fiera che si svolge annualmente a Downtown, la Cuckoo Fair, diviene occasione di immettere nel reale un che di favolistico, di lontano, di irreale). Credo che non sia un caso, infatti, che la McKie abbia intitolato una delle prime poesie della raccolta I pali del cancello della fantasia. Il tema del reale in opposizione all’irreale le è evidentemente caro.

 Spesso la McKie, come già ho scritto, si avvale di termini geografici o scientifici. Nel suo essere rotta, la poetessa ha identificato nel sapere un’ancora di salvezza, che le permettere di stare a galla in un mondo che non la rispecchia. La sua ossessione quasi maniacale per i luoghi rivela un grande amore per il mondo, un grande amore per la vita, ma è anche, appunto,il suo grande appiglio.

Nella lirica Guida notturna, infatti, la McKie scrive: “Uscite segnate in verde vanno e vengono. Qui. / Lì. Queste inconcepibili strade a fondo cieco.”.

E’ come se senza cartina la McKie non sapesse andare da nessuna parte, fosse persa quando “Hai solo fanali di coda per bussola”.

Nella poesia Montgomeryshire, scala 1c etricconverter productid="1 km" w:st="on">1 km, donna arriva ad immaginare addirittura un panismo che va a far identificare l’essere umano con la cartina che lo abbraccia, lo rassicura, proprio a raccontare questa sicurezza che le dà il sapere, che ha condotto ad avere coordinate che sembrano essere sicure. Stessa sicurezza le viene trasmessa dall’utilizzo del mito.

 La McKie utilizza sovente il mezzo della personificazione, nella quale, però, è lo stesso io narrante, la stessa poetessa, a divenire altro ente, a dargli voce. Questo avviene, per esempio, nella lirica La campana di Bushom, nella quale la stessa McKie diviene campana che desidera spegnarsi (raccontando al contempo il disagio di un ente inanimato, ma che la sensibilità poetica vede sofferente, e della donna che la usa per raccontarsi, raccontandola), o in Sposa selkie, in cui la donna impersona la creatura mitologica che da foca si trasforma in donna, o ancora, nella poesia Le risposte di Vulcano e Venere, l’io poetico va ad identificarsi prima con l’uno e poi con l’altra dea. .

Oltre alla personificazione vi è anche l’uso della metafora con la quale la poetessa va ad accostarsi, molto spesso, ad animali. Jane si descrive come granchio, vorrebbe essere giumenta.

Inoltre, il mondo animale è per lei fondamentale strumento poetico. Molti sono i riferimenti a volpi, giumente, animali marini, come se fossero simboli stessi di lei, o di sue caratteristiche, come se fossero, in qualche modo e per motivi non sempre immediatamente afferrabili, sua immagine.

 Altro punto importante della poesia di Jane McKie è quello che riguarda la vegetazione.

Infatti non sono pochi i riferimenti a tale ambito. Anche in questo caso gli elementi della natura servono alla poetessa per raccontarsi, ma spesso e volentieri, mentre gli animali raccontano l’io poetico, la vegetazione racconta stati d’animo, sentimenti.

Ne sono esempi lampanti la lirica Mele cotogne, che sono mele amare che un quadro potrebbe raccontare come buonissime ma “Guarda la mia bocca / pronta a mordere: / chi potrebbe immaginare / che la sua consueta piega /sia verde di delusione?”, ci dice la donna nella splendida chiusa, o la poesia Siepe di bosso, che racconta di un’ombra dietro la siepe, la paura, il ricordo.

Altro componimento che si può a tal riguardo citare è Laurisilva, Madeira, in cui un “… rametto rotto d’alloro, / tormentato alla base dalla guida” diviene occasione epifanica per riflettere sull’interiorità.

Jane McKie sa insegnare che si può vivere anche se rotti dentro, anche se le sventure “sono vecchie di secoli” ( da La campana di Bushom). Insegna, insomma, altri mezzi ed altre vie per essere uomini in modo pieno.

 Morocco Rococo è una lettura accattivante, intelligente, mai struggente del mondo, ed è anche il racconto avvincente di un viaggio mai stanco, seppure sofferto, di una poetessa pienamente degna di questo nome, dotata di uno charme nelle parole che donano alla sua espressione poetica un colore(o una serie di colori) unico ed irripetibile, conferendole una voce che non si confonde con le altre e che si ascolta con una voglia che mai si estingue.

 

 

2010

"Se non sono gigli" di Federica Volpe - Libro gratuito ( http://www.federicavolpe.beepworld.it/senonsonogigli.htm)

Recensione di Barbara Bracci

Se non sono gigli, sono pur sempre figli. La poesia di Federica Volpe, già dall’introduzione, fa proprio lo slancio compassionevole del poeta De André, aprendo una finestra poetica sulla bruttezza, sulla miseria, sulla violazione, sull’orrore umano, sulla desolazione. E lo fa con l’impeto e l’urgenza della comunicazione, con rime volute e insieme imperfette, stonate, scordate. Come placca d’oro su un marcio che vorremmo ignorare, nell’era dell’agognata perfezione, ma impossibile da allontanare, tanto che l’acuto occhio della poetessa preferisce esasperarlo, ingigantirlo, con efficace taglio espressionista (“La folle folla falla? /Falla la folle folla?” richiama Campana). Quella cantata da Federica Volpe è una bruttezza senza scampo che tocca, senza soluzione di continuità, l’uomo e le cose in una reciproca, dolorosa, compenetrazione (“L’ago gioca / a nascondersi / nelle vie nere/ della carne di Diego./Diego gioca/ a nascondino/ nelle vie nere/ del mondo di Dio”). In questa giostra di miseria e drammatica attualità sembra impossibile perfino compiere l’atto estremo, come se all’uomo non fosse concesso di liberarsi dalle proprie pecche, e dai peccati ( “folle non fu il suicidio, ma fallirlo/ ancora parla”). Anche l’Arte possente e maestosa del passato non può rappresentare un’ancora di salvezza, ma è piuttosto metro di paragone chirurgico nell’ironico verso attribuito a una paziente desiderosa di cambiare sesso (“Sono così stanca di essere David!”), e ancora canone di confronto, tra l’imperfetto uomo di carne e il profilo marmoreo del Duomo di Milano (“notai/ come fosse perfetto il taglio/ dell’arte/ come fosse triste il taglio/ dell’uomo”). Ogni poesia rinnova così lo scempio del vivere e il suo male, individuale e sociale, come testimoniano le tematiche affrontate, che spaziano dal suicidio allo stupro, fino alla pena di morte e alla lapidazione. Lo sguardo della poetessa è lucido, tagliente, a tratti satirico, capace di cogliere anche la bruttezza dell’animo umano, così imbevuto di pregiudizi, egoismo, crudeltà (“Riconobbe la voce l’armato creditore”). E nel dire il Male, oggettivandolo, si compie il primo passo verso la catarsi, verso la possibilità di annientare il negativo, come si legge da alcuni passaggi dell’ipotetico dialogo tra l’Artista e il Misero ( A: “Cercarti, parlarti, celebrarti, mi permette di salvare l’uomo, il suo nocciolo puro di Bene”). La Volpe approda infine a contemplare morte e disillusione (“Entrambi pensano alla morte”; “non muore mai la morte, è sempre nella stanza”), ma già nella sua poesia e nella sua volontà di condivisione troviamo un messaggio chiaro, forte, vero, a dire che non sarà il bello, ma il brutto, a salvarci.

 

"Animali prima del diluvio" di Chiara De Luca (Kolibris Edizioni)

Recensione di Federica Volpe

L’opera di Chiara De Luca, Animali prima del diluvio, è composta da quattro sezioni, le quali vanno a raccontare gli ultimi anni della poetessa. 

Le varie sezioni sono: I grani del buio, nella quale Chiara sembra emergere piano piano, con un movimento ascendete, dal buio che la attanaglia, non riuscendo, però, a donarsi intera alla luce, ma solo a fare una sintesi di oscurità e luminosità; Confinando l’inverno, in cui traspare ancora una volta il chiaroscuro, che però ha un movimento circolare, di continue aperture e chiusure, un movimento che relega e intrappola; La corolla del ricordo, sezione piuttosto ristretta che sta a rappresentare una raccolta edita precedentemente da Chiara De Luca; Del vento la preghiera, che rappresenta una fase fondamentale della poesia (e della vita) della poetessa, tanto da mostrare una variazione di stile, una maggiore (anche se mai totale) chiarezza che prende vita a causa dell’immenso dolore da rielaborare, digerire, vomitare.

Animali prima del diluvio dà l’impressione di essere un mosaico perfetto: si può decidere di ammirare i colori e le forme di ogni singolo speciale tassello, oppure di guardare questa splendida intonatissima voce poetica per intero, assaporandone la complessità che caratterizza questo complesso.

 L’opera è, di per sé, completa, in quanto traccia un disegno dalle linee chiare e precise per quanto riguarda il percorso deluchiano. In essa vi sono tutte le tappe cronologiche e storiche di un vissuto stropicciato e strappato dalle mani prepotenti della vita.

In ogni caso, però, questo percorso è un resoconto di viaggio, un insieme di fotografie selezionate, nel quale non sono, però, presenti tutte le immagini impresse nel rullino.

Il testo, infatti, è un insieme di selezioni di raccolte, e non un insieme di raccolte.

Ciò dice di quanto Chiara De Luca vorrebbe sapersi mostrare intera, e ci tenta con Animali prima del diluvio.

Ma essa è in lembi e piena di ferite, fasciata di dolore, incapace di darsi davvero, o meglio di darsi esattamente come vorrebbe.

 L’opera intera, così come le varie sezioni, ci parlano un po’ di noi, con i nostri limiti, con le nostre incapacità, con le nostre aspettative auto deluse.

Ma ci parla anche di luce, di vita, di speranza, ci parla anche di quel periodo atavico e magnifico di quando sapevamo essere Animali prima del diluvio, ormai compromesso, lontano, perso per sempre se non nel ricordo.

 

PARTE I

I GRANI DEL BUIO (2006/2007)

 La prima parte, tratta da I grani del buio, è composta di ventisette poesie che sembrano realizzare uno sviluppo ascendente. In questa la poesia di Chiara De Luca è associabile ad un bruco oscuro che si rinchiude in una crisalide di pensiero per evadervi, negli ultimi componimenti, come farfalla che non è dotata di luce, o meglio la cui luce si sposa all’oscurità iniziale ed intrinseca dei versi, in una sintesi perfetta di chiaroscuri.

  Infatti la scalata della poetessa verso qualcosa di positivo (ma che non manca del suo opposto) parte nella tenebra quasi totale.

Il primo verso, emblematico, dice: “E’ un campo ferito la storia di ciascuno”. Ed è proprio da quel campo ferito che la De Luca sembra alzarsi a fatica, muoversi strisciando, zoppicando, senza poter evitare di incurvarsi su se stessa e su quella stessa storia che le provoca dolore ma che, al contempo, la rende pienamente se stessa.

Il dolore provato dalla poetessa in questo percorso di redenzione che lei stessa sa di non potere che essere parziale si manifesta in modo fisico nei versi di questa raccolta, non solo nella fisicità della poesia stessa (cesure, enjambement, frasi sapientemente rese sconnesse o complesse) ma anche nelle scelte semantiche, che vanno a designare le immagini corporee come le predilette.

“La mano me la strappi di mano”, “I grani del buio sono mille / occhi chiusi…”, “Snocciolo / come un rosario le nocche”, “riapriamo nella carne cicatrici per leccare” sono tutti esempi di questo vivere il dolore e la poesia sulla pelle, nella carne, una carne che diventa, in una lirica, carta disegnata dal sole (Ho pelle di carta lo vedi / anche il sole malato / ci ha fatto disegni / concentrici anelli spezzati). 

 Ed è proprio il sole, la luce, che appaiono dapprima timidi e sporadici, fino a diventare trionfali e preponderanti negli ultimi componimenti.

“In alto si schianta il corpo di un lampione / profilo nel nada la testa luminosa”, si legge in una lirica iniziale, in contrapposizione ad un’apertura maggiore in una poesia che potremmo dire di posizione di coda “Ho spiato scendere la luce / tra le fitte tegole nascondere / la vergogna, …”.

C’è, in questa seconda fase, un freno che blocca l’aprirsi di Chiara De Luca alla vita, che rimane dunque un’apertura incompleta, parziale, ma pur sempre un’apertura.

“Adesso sono io a chiedere /d’essere salvata”, afferma una coppia di versi che fanno da chiusa ad un componimento appartenente a questa parte.

Non a caso, infatti, l’ultima poesia parla di una Bologna piena di bellezza, e il primo verso si riferisce proprio alla luce: “Vedi com’è chiara questa luce di settembre”.

Lo stesso scalare lo si vede nel comparire dell’inverno che all’inizio inghiotte i componimenti e che li libera man mano del suo ghiaccio nell’andare.

La figura che la poetessa usa spesso è quella del fiore, del germogliare, per raccontare la sua voglia di evadere da se stessa (“nell’immaginazione del bambini, / quando si spuntava come fiori”; “Sterili canne sono adesso le parole, / si sporgono dal fango ritentando / di risalire in gola a germogliare”) non nascondendo in questo qualche paura (“Un fiore stringe, incapace a risalire”).

 Nonostante i tira e molla che la De Luca si ritrova a fare tra apertura e chiusura nelle maglie del suo pensiero, conclude questa raccolta dal titolo greve e tetro con questo verso: “Sembra quasi possibile ogni cosa al suo finire”.

 Quale risposta migliore della non risposta? Quale emblema più significativo? Tra il buio iniziale e la luce che scava un varco che si apre sul finale, la De Luca non prende decisioni: accetta su di sé, sulla sua pelle abitata dal dolore, sia l’uno che l’altra, regalandoci con questo verso semiaperto (anche il verso è lasciato aperto dall’assenza del punto) l’essenza stessa della vita, sconosciuta a lei quanto a noi, ma da lei sfiorata.

Uscita dalla crisalide, la poetessa sa di essere farfalla ugualmente chiara  e scura, legata alla sua storia che la fascia di ferite, destinata a non durare che qualche breve tempo ancora.

 Ma la sua poesia ne copia, figlia vigile, le movenze silenziose, regalandola all’eternità della carta (“Stiro le membra strappando / pagine, e trucioli scrivono / dal principio in silenzio la storia”).     

 

PARTE II

CONFINANDO L’INVERNO (2007/2008)

 Questa seconda sezione della raccolta Animali prima del diluvio, intitolata Confinando l’inverno, rappresenta, apparentemente, un periodo di apertura.

 Mentre la sezione precedente vedeva un movimento ascendente (dal negativo al positivo), questa seconda parte è caratterizzata, invece, da un movimento circolare e concentrico.

Vi è, infatti, un vero e proprio continuo alternarsi di chiusure nel buio e di aperture alla luce, ma anche l’apertura è motivo di dolore, dunque una specie di apertura che finisce inesorabilmente con lo spaccarsi e ricadere nel buio.

Questo tendere della poetessa verso l’altro, verso ciò che sta fuori di lei, è indicato dalle non poche dediche che sono disseminate all’inizio delle liriche. In ogni caso, ogni volto raccontato parzialmente da quei nomi, rappresenta uno squarcio, una ferita aperta, un quadro dolorante.

“Ma ben oltre me ti sei spinta / sul solitario sentiero intrapreso / dove a un punto mi sono destata / e scalza ho gridato nel buio / non tagliare la linea finale”, si legge a conclusione della poesia dedicata Ad Ale. O ancora, la chiusa della poesia dedicata  Ad Ale e Moni: “E’ solo chi il buio l’ha sceso / a vedere dove viene l’amore / come un fuoco dentro distante / in sentieri che non hanno riparo”.

 Vi è poi una figura nascosta nell’ombra, un viso che ha la forma dell’amore, ma a cui Chiara De Luca non dà un volto, ma a cui lascia  la possibilità di aleggiare tra i suoi versi come un fantasma che forse vorrebbe sconfiggere, ma che ancora la fa soffrire e le incatena le viscere alla croce nera del passato.

“Secoli alla sbarra ci scagioneranno / mostrando che l’amore lo uccidemmo / per legittima difesa, di parole.”, dice uno splendido trio di versi, raccontando quanto l’amore non sia che una condanna da scontare, da estinguere, da uccidere.

“Un fiume ha evaporato forte nell’incendio / tutto il sangue ardente dell’amore”, dicono altri due versi che concludono la lirica e che vogliono creare distacco tra la poetessa e l’uomo amato, che in ogni caso rimane presente, a testimoniare un vissuto sanguigno.

 In ogni caso, a conferma del movimento circolare, non mancano i momenti in cui la poesia della De Luca torna a richiudersi su se stessa, sulla riflessione che potremmo definire totalmente personale, i momenti in cui, stanca delle ferite inflitte nella sua carne dagli altri (“Si finge di credere per solitudine / a quelli che per brevità di ogni giorno / vestono il nome svenduto di amici”), Chiara va a rifugiarsi oltre gli altri, oltre la carne, nel suo cuore più profondo che è fatto di carta, penna e parole.

Troviamo così momenti di profondissima riflessione, cha danno origine  a versi pregni di significato e al contempo (come è solito nello scrivere di Chiara De Luca) complessi e ripiegati su se stessi a protezione di quel senso pieno che contengono “Ogni giorno è fiume a non sfociare nella notte / ogni notte lago a incresparsi al disincanto”, “Nessuno immaginava che la fine / stesse inscritta nel fallito inizio, / che la somma della negazione / basti a disamorare l’amore.”, “Le parole ci cullano ciechi perché / strappo è il moto di ogni pensiero / che schiude sugli occhi la sera”, sono tutti esempi preziosissimi (per quanto concerne sia il contenuto sia la forma) di questo reimmergersi in sé, nella propria piccola vita sfuggendo alla grossa vita del mondo che, immensa balena, nuota alle spalle in cerca, cacciando.

 Il tema della luce, come quello del buio, come già accennato, pervadono anche questa sezione (come più genericamente la poesia di Chiara De Luca).

Si ritrovano così aperture e chiusure di questo tipo, strettamente legate al concetto di luce e buio:

“La sera desolata si sloga / l’ampia ossatura di raggi / riavvolti in fasce pesanti / srotolate dall’ombra”. Quest’ultimo è anche un esempio in cui luce ed ombra si incontrano e fondono nella poesia della poetessa, a testimonianza del fatto che non sono concetti che vengono concepiti come separati nella mente chiaroscurale della De Luca.

 Altro campo semantico che si ripete (qui come in genere) e quello vegetale. Non è raro che la donna si paragoni ad una foglia, ad un fiore, parli di radici, di rami per descrivere stati d’animo o concetti (“Bocche enormi schiuse volteggiano / soffiano tra petali morbidi di buio / il polline del sogno tra le pieghe del silenzio”; “Non ha tracciato sole il profilo ai crisantemi”).

 Due temi attigui quanto nuovi arrivano a pervadere i versi di Confinando l’inverno: il fuoco e il fumo. Il fuoco simboleggia crescita, quanto distruzione. Il fumo, che in genere accompagna il fuoco, impedisce la vista, immobilizza, priva di respiro, di vita.

 Essi, dunque, sono indice di quello stesso moto circolare che sembra non dare tregua, imprigionare, fermare, annichilire, Confinando l’inverno.

 

PARTE III

LA COROLLA DEL RICORDO (2008/2009)

 Questa sezione ripropone nove componimenti dalla bellissima raccolta edita precedentemente da Chiara De Luca.

Per rispetto alla raccolta e per solleticare il lettore e spingerlo verso la lettura di questo testo, ripropongo la mia recensione fatta alla raccolta per intero qualche mese fa.

 

La corolla del ricordo è un testo imperdibile.

Contiene in sé un’umanità senza fondo, un’umanità che fora e sfiora il disumano (o meglio il sovrumano) poiché rintanata tra le pieghe raffinate d’una poesia pura, ricca, che mai scende a compromessi con la banalità e la pochezza di cui il mondo vive  e s’intossica così facilmente.

E questa umanità immensa, questa poesia titanica, hanno un volto,  e un nome: Chiara De Luca.

 L’opera, divisa in due sezioni, si apre con tre versi che hanno tutto il sapore dell’eterno, tutta la consistenza eterea d’una poesia profonda e ben studiata:

 

Ancora vengo ad annusare l’abisso,

riaprirmi le vene per immergere

la penna e sanguinare versi sul silenzio

 

 Si potrebbe dire, osando un po’, che in questi tre versi sta racchiusa una parte della poetica della poetessa, composta di tre elementi.

 Uno è l’abisso, il vortice assurdo dell’ignoto, dello sconosciuto, dell’oscuro, che viene annusato, con una confidenza quasi amicale, ed è la fonte primaria e primigenia della poesia stessa.

 La seconda componente, che è rappresentata dal secondo e da parte del terzo verso, è, invece, il dolore. Esso è appunto inchiostro necessario senza il quale non sarebbe possibile compiere il parto di quell’abisso annusato, ed è un dolore sentito così profondamente necessario da divenire quasi volontario (“riaprirmi le vene”, la cruenta azione è svolta dall’io narrante, che fa uscire da sé quell’abisso, quel dolore, visto dalla poetessa come il suo stesso sangue, una parte di lei, che le appartiene e che viene donato al foglio).

Il terzo elemento, infine, è rappresentato dal silenzio. Esso è altra componente fondante e fondamentale della poesia della De Luca, senza il quale la poetessa non potrebbe scrivere: lo descrive come foglio sul quale la poesia va a giacere. Il silenzio le consente la rielaborazione, la solitudine necessaria al conoscersi e al conoscere, la ricerca del coraggio che serve raccogliere per il parto.

 

 I temi dell’opera poetica vera e propria sono vari ma ripetuti, cadenzati in modo ciclico come danza imposta all’animo della poetessa scolpito dal tempo e dalle ferite che esso le ha inferto.

Vi è un continuo ritorno di un passato che la ossessiona, che non vuole staccarsi dalla pelle, che non vuole smettere di essere suo, di torturarla, di tirarle le braccia per farla voltare indietro (“gli sguardi piantati / a sangue su ciò che sei stata”); (“Si riapre la corolla del ricordo”).

Vi è un continuo pensare alle parole, e alla loro inutilità, alla loro pochezza, ai rapporti falsi che si vanno creando tra persone non disposte al donarsi, al condividersi, troppo impaurite e incapaci, che si schermano dietro i falsi sorrisi (“Nessuno nell’aria del mattino – nell’uscire / presto lo spavento della notte – placa il sorriso/ bugiardo”)  e dietro alle tastiere dei PC (“…e il vuoto / dei ti voglio bene da tastiera / e immensa stima…”).

Vi è un continuo rimando alla natura, una natura spesso empatica, una natura che strozza, crolla addosso, costringe, (“guarda come impercettibile / precipita l’intonaco del cielo”); (“Vento porta disperato il canto / di un bimbo che si culla nella pelle”).

Vi è un continuo rimando alla città, Bologna, alle sue stazioni (“Nostalgia di treni e di stazioni /di chi si siede e senza domandare / inizia a raccontarti la sua storia”), al rapporto complicato che vige tra la poetessa e la città stessa (“bugiarda sempre Bologna si risveglia”), alle persone che la calpestano e l’attraversano (“Vedi quante palpebre ha sull’autobus la vita”).

Vi è un continuo buio, un’atmosfera tetra, ferita, disperata, sublimata e illuminata, però, dalla poesia, che diventa così una poesia fatta di luci ed ombre, fortissima, grandissima, profondissima.

Ho spesso definito la poesia di Chiara De Luca “luce lugubre”, poiché rende bene questo suo essere buio che esplode di luce, e questo suo far spiccare il fiore luminoso dell’arte solo dopo più letture, solo dopo aver ricomposto i lembi d’una poesia sofferente, ansimante, spezzata, solo dopo aver colto il momento fulmineo in cui il boccio s’apre e sparge in tutto l’essere del lettore il suo agrodolce profumo.

Chiara De Luca implora ed impone pazienza, passione, silenzio.

Solo allora  la poetessa sa donarsi, aprirsi, far riaprire La corolla del ricordo.  

 

PARTE IV

DEL VENTO LA PREGHIERA (2009/2010)

 Chiara De Luca, in genere, non dà titoli alle sue poesie, non lascia legami (se non quelli emozionali, sublimati e raffinati fino all’inverosimile).

 In questa raccolta, intitolata Del vento la preghiera, invece, non solo troviamo due componimenti che portano un titolo, ma anche due poesie che portano, sdraiata ai loro piedi, la data in cui esse sono state partorite.

 Si intuisce, dunque, quanto importante sia stato questo periodo, questa raccolta, per Chiara De Luca autrice e (inevitabilmente come indissolubilmente) per Chiara De Luca donna.

 Il chiaroscuro deluchiano non smette di disseminare i suoi semi, che fanno sbocciare riflessioni infiorate di luci ed ombre anche in questa raccolta (come ad esempio “Un anno ha fatto il buio da confine al buio / ha chiuso la sembianza di parole in ombre / occultato oscuri spigoli in vastità di attese / di una luce relegata nell’eterno suo a venire”).

 Non mancano nemmeno i continui riferimenti al mondo vegetale che la poetessa ama accostare a sé, al suo sentire, al suo vivere, come se la vegetazione, che vive di silenzio e solitudini, fosse l’unica forma di vita capace di capirla, di trovare il tempo e la sensibilità di osservarla. Lei stessa, accostandosi al mondo delle piante in più punti della sua vasta produzione, si attribuisce segretamente quelle caratteristiche, quel ruolo periferico eppure così delicato, così puro (“Hanno occhi piccoli le foglie aperte”).

 Ma, nonostante queste costanti, la poesia della De Luca è, in questo lavoro, visibilmente e irremovibilmente mutato.

 In primo luogo, nella forma. La poetessa continua ad essere riavvolta su se stessa, continua a proteggere il senso dei suoi versi dietro ad una complessa concatenazione di parole e versi.

Eppure quel gioco difensivo sembra essere parzialmente crollato, sembra avere parzialmente ceduto alle pressioni esterne come a quelle interne che le impongono continue aperture e chiusure, facendole suonare, nelle raccolte precedenti, il suo poetare come una fisarmonica.

In Del vento la preghiera lo stile si lascia rendere più blando, meno serrato e chiuso, più disponibile all’apertura, all’altro.

E’ un’apertura non solo nella carta, ma anche nella carne: essa non è frutto di una pace stipulata con il resto del mondo che le consente di essere più disponibile, ma piuttosto un varco immenso che Chiara si è procurata nella guerra della vita (e alla vita), e che sente di dover ripulire, di dover far spurgare più per se stessa che per gli altri (anche se poi questo aprirsi diviene dono immenso per il lettore, che non può che provare riconoscenza per un tale testo).

La maggiore semplicità (che non elimina, in ogni caso, la profonda richiesta di attenzione fatta dalla poetessa al lettore) è, dunque, un’esigenza tutta personale, di capirsi, di capire e, solo di conseguenza, di farsi capire.

 Altro cambiamento sta nella lunghezza dei componimenti. Molti di essi, infatti, vengono percepiti come smagriti agli occhi di un lettore non ignaro della poesia precedentemente prodotta da Chiara De Luca, ridotti fino a quattro o cinque versi.

Il numero risicato di parole indica il profondo bisogno dell’autrice di concentrarsi sull’essenziale, che non è null’altro che l’essenza. La riflessione della De Luca, sempre profondissima, riesce così a toccare il suo apice, a raggiungere e afferrare il filo rosso che connette il tessuto di tutte le cose e di regalare al lettore una poesia elegante, agile eppure complessa, diligentemente pensata, plasmata, studiata in ogni dettaglio.

 Le poesie di cui prima ho trattato (quelle titolate), considerate tappe fondamentali di poesia e di vita dalla stessa poetessa, rivelano il tema sotterraneo della raccolta, che striscia come serpe che la tenta –Eva in un Eden di inesplorata poesia- a guardare il pomo che pende da un albero che c’è, piantato nel terreno del suo vissuto, ma che lei finge di non vedere, che lei finge di allontanare, di rifuggire, di non desiderare.

La mela che pende eterea è l’amore, il serpente è quel volto incorporeo di uomo amato che Chiara tenta (forse invano) di superare, di schiacciare sotto il tallone.

 In ogni caso quel pomo può essere anche visto come desiderio generico d’amore che trascende da quello vigente tra uomo e donna, semplice bisogno di quell’altro che la poetessa avvicina e al contempo allontana per riavvicinare nuovamente.

Potrebbe dunque essere l’incontro con l’altro, mai vero, mai pago, eppure così segretamente voluto, quasi silenziosamente preteso, la preghiera bisbigliata dal vento di Del vento la preghiera.

 

 

"Nelle trasparenze caotiche di nuvola perpetua" di Benny Nonasky (Edizioni Montag)

Recensione di Barbara Bracci

 

Dalle “trasparenze caotiche di nuvola perpetua”, così scroscia la poesia di Benny Nonasky. Una poesia che indaga nelle ferite comuni a ogni uomo, capace di guardare sotto la polvere uniformante e annichilente del vivere sociale, gettando un occhio consapevole, lucido e crudo sull’Esserci e sui suoi mali. La crudeltà del pensiero massificato e la mercificazione coincidono con la fine del sogno, mentre “il pubblico incita e applaude”. Ma il poeta non scaglia pietre, bensì parole partecipate e misericordiose (“E se io fossi Caino?”), mentre nel mondo imperversano guerre combattute nel nome di Dio, mentre le madri di Plaza de Mayo piangono l’assenza dei loro figli. Una poesia dura, espressionista con sfumature oniriche, coraggiosa, come suggeriscono l’anafora che insiste sul riso disperato ( “ridono/ridono/ridono/ e ridono/ridono/ridono”), l’atmosfera grottesca di alcune ambientazioni, le allegorie d’animali, le quali anticipano la sezione dedicata a Mamma Terra. I ritmi qui si distendono e sfumano nella disillusione, nella certezza che “E’ vita/ e anche se non funziona/ deve scorrere”. Ma è in Luci Rosse al Miele che si entra nel vivo del poetico sentire, dove predomina il “bianco candore”, dove monta la tendenza alla condivisione, dove l’Io dolente diventa comprensione, si fa Tu, si fa Amore e Porta Aperta.  In Margini di me avviene la riconquista del Sé, insieme al dubbio amletico (“Sono o non sono / E’ il problema”) che presto si ricompone nella certezza della fratellanza poetica (“Siamo Uno”, dice a  Mahmoud Darwish). Il vento, pur nel suo funebre suono,  continua a soffiare in Nuvole di Porpora, senza però spostare i semi dell’amore (“Voglio essere il seme del tuo amore”), lasciando intatti i fiori poetici, come testimoniano i titoli di alcuni componimenti ( Fiore d’arancio, Un fiore), come  ci dicono quei “gigli bianchi” che “in sgualciti prati coloro”. Nelle trasparenze caotiche resiste il nero e toccante disincanto (“Sfondo nero”), il tormento per il decadimento umano e sociale, insieme alla certezza di essere parte del tutto ( “Non sono come tutti, ma non ce la faccio/ a non sentirmi tutti”), insieme al sentire proprio, nonostante, questo mondo storto (“E’ mio questo mondo”).

 

 "Il riflesso dei numeri"di Gianluca Conte (Centro studi  Tindari Patti)

Recensione di Barbara Bracci

La poesia di Gianluca Conte proietta il lettore in una spirale di numeri, riflettenti altrettante esistenze, una spirale che si riavvolge su se stessa fino all’Origine della Vita e dell’Universo. “Emisferi di cartapesta” come spaccati di vita caotica, impossibili da piegare alla ragione e ai suoi “ordini mancati”.  L’ Universo è Uno, ma il parto dei tempi è incessante, come insolubili sono gli ossimori dello spazio, del tempo, dell’esistenza. (“[…]ovunque/ e mai, / fermi e in movimento, perpetuo/ fluire/ immoti”.)  Poesie come stringati assaggi di metafisica, arricchite da due traduzioni in spagnolo e norvegese, che si configurano quali ulteriori morsi al sentire universale. Nei giorni che scorrono impietosi il battito umano è immobile e condiviso (“Immobili battiti/ pulsanti/ di cuori sfatti”), mentre l’uomo si ritrova impotente e incapace a scindere tra atavica scaramanzia e illuminata razionalità. E’ qui che si insinua il tema, ricorrente, del vento, portatore di insidie, ma anche di parole, capaci di accumulare il sapere e collegare epoche lontane, di restituire all’uomo la propria scia materiale  (“[…] il vento s’insinua/ a formare strati/ di parole”).      E quello di Gianluca Conte è proprio l’urlo all’ineluttabilità dell’esistenza (“Dover essere per forza”), spesso spesa dietro alle incombenze del quotidiano, in grado di liquefare le ore, come negli “smunti orologi” di Dalì. Ma la cifra dell’uomo è proprio nel suo nel sentire multicolore, nel suo essere “Mille spilli” e insieme “Zero”, perso in una molteplicità che annienta, oltre i concetti del Bene e del Male. Un sentire al di là la storia, che non impara dalla storia, ma che consente di provare ancora e di tendere verso un futuro che è già presente (“ma possiamo ancora tentare”). L’ essere umano appare disorientato dagli ingorghi del proprio pensiero ma vive delle sfumature, pur livide, del sentimento (“[…]false piste/ e livide emozioni”). La dolente e necessaria sintonia tra l’uomo e il cosmo si riflette nell’immagine, perfetta e circolare, di una pozzanghera, vissuta però come una retta che conduce al Mistero, senza godere della reciproca compenetrazione ( “[…] pensiamo in linea/ non curviamo mai”) .            Nel pensiero del poeta Conte la consistenza della vita è affidata, oltre che al flusso di parole e emozioni, anche ai fotogrammi, che ricordano il valore fuggevole dell’attimo, facendo da raccordo a epoche e mondi lontani ( “[…] Cerchi pulsanti/ come numeri infiniti/ di particelle elementari”), nella speranza di nuovi, pulsanti, “imprevisti varchi”.

 


 

"Zucchero e sangue" di Roberto Deangelis (Linee Infinite Edizioni)

 

Recensione di Federica Volpe

 

 I temi della raccolta Zucchero e sangue di Roberto Deangelis sono piuttosto circoscritti ma al contempo approfonditi, come fossero poche ferite nella carne ma abbastanza profonde da condurre l’occhio all’osso.

Il primo tema è quello dell’amore. Roberto sembra essere un’ape che gira di fiore in fiore in cerca di quel qualcosa che ognuno di noi, in fondo, cerca (ogni lirica che parla d’amore, infatti, porta nella dedica un diverso nome di donna) e sembra che l’autore non riesca a trovare ciò che lo attira e lo ossessiona. Questa impossibilità è in parte data dal fatto che Deangelis si sente incompreso dall’oggetto poetico, come capita ad esempio nel componimento Zucchero e sangue(“i miei occhi umidi/sono troppi per te”),  in parte dallo spirito libero che contraddistingue l’autore e che gli impedisce di fermarsi ad una sola opzione d’amore, ad un solo sogno di donna (come in La tua Terra Santa: “Ti auguro un amore bianco/che ti porti alla terra/ che non ti ho mai promesso”).

C’è poi una terza parte che è indipendente dalla volontà dell’autore o dalle sue caratteristiche, ma che attraversa la vita di ognuno in quanto uomo: la delusione che l’amore provoca (questo lo si legge, per esempio, in Sei dolore: “ Sei dolore/di chi la vita/l’ha bevuta/da un bicchiere troppo grosso”).

 Il secondo tema che percorre la raccolta è quello dell’umano. Roberto si abbandona alle volte a vere e proprie narrazioni poetiche di vite che (reali o immaginate) si vanno ad abbeverare alla penna dell’autore, trasfigurandosi. A proposito di questa tendenza (che trovo particolarmente apprezzabile), Deangelis ci dice, nella poesia Bello guardare: “Bello guardare l’inutile vita degli altri./ Benedizione o maledizione?”; e in Spazzatura:il vostro dolore/mi prende alla gola/non voglio/non cerco/mi prende/ mi stupra”.

Egli stesso non sa spiegarsi l’attrazione che prova verso quelle storie che riesce a donare attraverso lo specchio dei versi. Conosce solo la vocazione a questo modo di approcciarsi alla vita tramite un ente vivente, quindi raccontare LA vita tramite UNA vita.

 Il terzo argomento è quello della poesia. L’autore usa, quindi, la poesia come mezzo per parlare della poesia stessa. Egli lo fa seguendo due diverse linee: una è quella della riflessione sullo scrivere, sui motivi che lo spingono verso tale attività (nella poesia Scrivo: “Scrivo solo per leggere/leggo solo per declamare/declamo solo per apparire/appaio solo per esserci... anch'io”.) come sul ruolo e l’utilità che ha il poeta (da E adesso: “I poeti hanno un segreto/che difficilmente sveleranno:/non possono capire/di non aver capito niente.”); l’altra linea è quella che va a rispettare ed onorare quella che è stata maestra (concreta e vivente!) di poesia per l’autore, la purtroppo recentemente scomparsa Alda Merini. Tramite le dieci poesie a lei dedicate (tra cui i versi: “Ho versato le mie lacrime/nel Naviglio/perché le portasse a te.” da Ho scritto i tuoi versi) Roberto parla di poesia, riflette, vive.

 Interessantissima la poesia Cancellami, che viene scritta a mano dall’autore stesso, rafforzando incredibilmente il senso della lirica ed il rapporto tra chi scrive e chi legge.

Concludendo, direi che il testo Zucchero e sangue è, in alcune sue parti, ancora grezzo. La voce di questo autore è ancora un bisbiglio che può divenire grido. “Le pepite migliori” che l’anima di Roberto Deangelis possiede devono essere affinate dal tempo e dalla guerra che ogni poeta affronta (e che solo lui può affrontare per sé) con la carta.

Al di là di questo, alcune figure brillanti, alcuni versi apprezzabili, alcuni pensieri capaci che questo testo porta nel suo grembo fanno credere che, se ben lavorata, la penna di Roberto ci darà cose che potremo apprezzare.   

 

 

"Identità di cenere" di Federico Facchini (Albatros)

 

Recensione di Federica Volpe

 

 Quello di Federico Facchini è un vero e proprio percorso che va ad indagare la vita e le maschere che troppo spesso la compongono.

 Tale cammino, che non nasconde le sue fatiche, esprime tutta l’umanità dell’autore, un autore che ancora cerca la sua lontana voce, che alterna stili, che si sdraia sulla pagina con ordine impreciso.

Temi principali di Facchini sono quello del fingere, del fingersi, degli affetti, delle solitudini, delle passioni.

Molto spesso Federico esprime il suo dissenso nei confronti della vita imprevedibile e meschina con l’immagine del teatro, la quale annette anche l’immagine della maschera, la quale ci è imposta, oppure più semplicemente viene da noi costruita, a difesa o ad attacco.

Altre figure usate per esprimere il disgusto e il rammarico nei confronti della società organizzata e dell’uomo stesso che è responsabile di tale organizzazione sono quelle del manichino, dell’oggetto, contrapposte a quelle del ribelle (nelle quali l’autore si rispecchia pienamente).

“non mi avrete/e il cervello non mi laverete”, scrive Facchini nella poesia Il dissenso, o ancora “Io sono la malattia/e sono la cura,/del vostro organismo”. In Andrò cercando troviamo queste righe a mio parere molto significative e che bene rappresentano come l’autore percepisce la società odierna: “Le rivoluzioni cessano,/le pubblicità ci lavano la testa./l’onda non s’arresta./le auto si scontrano/per provocarsi piacere.”

La tematica della società e dell’uomo come animale sociale al quale la società fa, però, più male che bene, pervade tutto il pensiero di Federico, il quale vede nella scrittura un mezzo per ribellarsi, lamentarsi, gridare, addolorarsi, nella speranza che tutto ciò non sia vano, ma che risvegli le menti dormienti del gregge umano assuefatto al teatrino della vita, nella speranza che qualcosa possa cambiare, migliorare.

Ma al di là del Facchini sociale troviamo un Facchini privato, che parla d’amore (come in Febe in cui l’amata è “L’illusione/di poter essere un volto/oltre la maschera bianca.” o come in Corpi sudati: “Corpi nudi,/delicati,/uniti,/vicini.//Si cercano/i piedi/si sfiorano/le mani).

Altri temi sono quelli dell’adolescenza, e quello della poesia stessa.

 In ogni caso mi pare che l’autore si sia occupato maggiormente della componente contenutistica del testo, e abbia lasciato un po’ più in disparte la ricerca linguistica e quella formale (l’editore Albatros non è stato per nulla d’aiuto in questo, lasciando del tutto vergine una bozza che avrebbe dovuto, invece, essere curata, ma questa è una colpa tutta editoriale).

 Identità di cenere, dunque, è un testo di un giovane che ancora deve scavare nella cenere della sua identità, e che deve stare attento a non perdersi solo in quella.

 

Rose sparse sul sentiero (Boopen) di Laura Canevali

 

Recensione di Barbara Bracci

 

Le Rose sparse sul sentiero di Laura Canevali sono fiori lasciati e ritrovati sulla strada del tempo, della storia, del ricordo, fino a risalire alle più lontane origini. A volte è la natura a fornire richiami a un passato (“Ricordi la quiete / di bianco che dominava”) di cui risaltano, soprattutto, i temi della gioventù e della spensieratezza, dell’innocenza  e della possibilità, insieme al dolore, necessario, dell’Iniziazione ( “[…] quella libertà/ che tanto spesso si sogna, quando si è chiusi a contemplare/ un futuro diverso da quello avverso”).

E’ così che la vita rivela, nel cammino, il proprio mistero ( “[…] e mille interrogativi che picchiano/ alla porta della tua gabbia di topo”), un mistero che si rinnova in una dolente contingenza, concetto bene espresso dalla poesia Baratro, col suo richiamo montaliano (“Cocci di bottiglia sparsi lungo le dune/ feriscono i piedi che sanguinano”).

La poesia di Laura Canevali sembra però dare fiducia a un ricongiungimento panico con la natura che si estende fino alla morte, come suggerisce la poesia Non ha parole la croce, e che conduce alla felicità della comunione ( “e provò gioia nell’essere in comunione/ sentendosi parte dell’amorevole perfezione“). Da qui il valore dell’istante,  ( […] mentre qui tutto pulsa/ e io mi sento vera, commossa e vibrante” ) che vede l’uomo rispecchiarsi in una galassia in fuga o nella corsa delle nuvole, come invece ricordano le poesie Estasi e Enigma. Una fuga del tempo sul filo circolare delle stagioni ( tutte presenti nella silloge, in forma di poesia, dall’Inverno all’Autunno), e nello spazio, seguendo il tema del viaggio, come lasciano intendere alcune poesie dedicate a città (Parigi, Firenze, Roma (il grido)), che trova nell’Arte un approdo immortale, tanto che il David appare all’autrice come “marmo in continuo movimento”,” lì pronto a scagliare”, mentre la Poesia è rivelatrice di emozioni e verità all'apparenza sfuggenti ( “[…] ed ecco/ che nascosta trovi la verità che spiega il senso”).

Una poesia, quella di Laura Canevali, riflessiva e pacata, d’ispirazione crepuscolare,  rafforzata da una scelta stilistica tendente alla prosa, anche se, in alcuni componimenti, l’autrice allarga le proprie tematiche al sociale, dalla brutale inutilità della guerra a una malattia tipica della presente epoca, quale l’anoressia, fino al peso di certi limiti e costrizioni, o “costruzioni”, intese come sovrastrutture, di natura socio-culturale (“[…] Forse sei un pericolo se regali l’innocenza?”).

La poetessa rivendica dunque la necessità della libertà ,dell’urlo, dell’esternazione della rabbia vitale come imposizione del Sé ( “[…] e imparare il valore del grido”), poiché la vita, tra gioia e disperazione, tra bellezza e orrore, tra Gloria e Nulla “è sfida  cui non si può mancare”.

 

 

 

"Echi da un cuore di donna" di Anna Laura Cittadino (GDS Edizioni)

 

Recensione di Federica Volpe

 

 La raccolta “Echi da un cuore di donna” di Anna Laura Cittadino è un racconto interiore che dipinge l’autrice nell’essere donna in diverse sfere della vita.

All’interno delle sedici poesie che compongono l’opera emergono soprattutto tre sfere: due direttamente espresse dalle dediche presenti ripetutamente al termine di alcuni componimenti (Ai miei figli, A mio padre), e che sono, quindi, la sfera di figlia e quella di madre; una terza  non viene sottolineata così chiaramente, ma viene molto più delicatamente disegnata da Anna Laura tra un verso e un altro di qualche poesia, ed è quello della donna che incontra l’altro, la donna in rapporto con l’uomo, dunque la donna in amore.

Si capisce chiaramente da queste liriche, scritte con una semplicità e una linearità che rende la forma della Cittadino quasi prosastica, che queste tre sfere sono fondanti e fondamentali per la sua vita e, conseguentemente, per la sua poesia.

L’autrice vede i figli crescere, (Cadranno le foglie, tornerà la neve, /ruoteranno le stagioni, voleranno gli anni / e verrà il tempo in cui non vi vedrò più bambini.) o ricorda l’attesa del parto (Bachi di seta custoditi / nel mio grembo, / mentre un Dio scolpisce / per me angeli di carne.), vede il padre come protezione quasi divina (guardo le stelle pensando / che la più luminosa è la tua) e ricordando il dolore della separazione obbligata (Pure le stelle / rimasero in disparte / quando venne il buio), guarda al compagno d’una vita con infinita dolcezza (Vorrei che nel tramonto degli anni / il tempo ci trovasse abbracciati come ora, / seduti su una panchina / a guardare il mare).

 Non manca, in queste liriche, anche la riflessione sulla poesia, che appare incastonata in qualche verso, e più approfonditamente nel componimento intitolato “Compagno silenzioso” (A te, mio foglio bianco, / compagno silenzioso dei miei tormenti, / affido la voce del mio cuore).

Altro tema caro alla Cittadino è quello della natura, spesso utilizzata anche come ambientazione e metafora (Nei colori del cielo e del mare / trovo sempre la mia serenità).

Anche il dolore è una tematica cara ad Anna Laura, dolore che è visto come prezzo necessario da pagare per ottenere in cambio piccole dosi di felicità (Mentre la vita mi restituisce / la felicità al prezzo di un dolore / che mi s’aggrappa all’anima nei tanti addii).

Quella dell’autrice è una poesia che dimostra ricerca, tuttavia una ricerca che può essere ancora approfondita, vagliata, percorsa, una poesia che può essere ancora affinata, levigata, studiata.

“Echi da un cuore di donna” è dunque una raccolta di perle forse ancora grezze, tuttavia perle sincere, autentiche reali.

 

 

"Lembi" di Federica Volpe (Onirica Edizioni)

 

Recensione di Barbara Bracci

 

I multiformi “Lembi” di Federica Volpe sono frammenti di un caleidoscopio tradotto in poesia, risultato efficace e convincente di un intento poetico di libertà stilistica e tematica. L’urgenza del sentimento si modula nelle più svariate forme, grazie a una rara e costruttiva apertura intellettuale che consente all’autrice di spaziare da una poesia ermetica giocata su sottili estetismi e metafore ossute e incisive ( “Tendere il tendine al tedio, alla tacita tensione”) fino alla profonda Ri-lettura di ben noti motivi letterari della tradizione. La Volpe ci accompagna così alla scoperta del suo segretissimo Basil Hallward, di un’arte senza confini, un’arte della verità e della consapevolezza che non manca di generare dolore nello stesso autore ( E’ Goethe a morire schiacciato tra le pareti/ cartacee del romanzo, / di dolore). Il dolore della quotidianità e il tedio allucinato della passione sopita sono anche i motivi dominanti del Poemetto dell’amore galeotto, in cui l’autrice, su uno sfondo buio e monotono ( “E’ una notte stanca,/ stanca e senza luna”) ricompone con abilità sprazzi di luce, barbagli di luminosità improvvisa, sussulti di cuore, immortalando aneliti e stelle cadenti grazie alla forza costruttiva della sua poesia. Una poesia aperta e imprevedibile, come la vita, una poesia interrogativa ( “Non vedi? / Non vedi che morte ancor non l’abbandona?”) che estrapola il marcio dal candore del niveo ente, come nei Sonetti, stranianti in una stilistica perfezione che precipita verso la morte(“Corre con gambette bimbe la morte”) e, nel suo stesso manifestarsi, salva e purifica. Come “Sintesi sempiterna eppur semplice/ dell’antico lontano e dell’attuale tonante”, la Volpe impasta e reinventa la materia poetica del passato, ma allo stesso modo è capace dei più originali Ritratti, sfiorando la metafisica e il divino ( “Sfiorare il fiore/ mistico della metafisica/ con dita d’azoto”) e muovendosi con delicatezza tra le pieghe del dubbio, così da assecondare tormenti e fantasie, per trovare infine conforto nella figura di un Albero romito e nella pacata, consapevole e piena solitudine che si respira nella sua poesia. “Lembi” come pregiati petali di un fiore fresco, ispirato e maturo allo stesso tempo, capace di riflettere nella sua rugiada lo spettro cromatico dell’umano sentire e di rivelare “ il segreto/ relegato gelidamente/ nella corolla dei suoi colori”.

 

 

"Libra" di Barbara Bracci (Il Filo)

 

Recensione di Federica Volpe

 

Barbara Bracci ha intitolato la sua preziosa raccolta “Libra”, ovvero bilancia.

Potremmo dire che il lavoro della Bracci non è null’altro che uno splendido bilancio delle emozioni umane, una vera Via Crucis di trentatre poesie che tentano di spiegare a parole le parole che troppo spesso vengono usate senza farci troppo caso, senza dare troppo peso.

Barbara vuole, dunque, cogliere il peso specifico di quei concetti convenzionali ed umani, vuole sondarli, capirli, approfondirli, racchiudendoli in immagini, o in concatenazioni di immagini che tendono a sbalordire per la loro compattezza e brevità.

 I componimenti della poetessa umbra, infatti, sono dotati di quella asciuttezza e di quella concisione che conferiscono all’intera opera il volto di un pensiero ben levigato, lucido, chiaro.

La Bracci è capace di un’essenzialità ben studiata, degna di una professionista della parola, e di una sonorità e di un ritmo unici ed originali, e le sue brevi poesie, spesso spezzate da enjambement o caratterizzate da visivismo grafico, dimostrano quanto questa giovane poetessa abbia imparato dal secolo che ci siamo da poco lasciati alle spalle.

 Eppure la sua grande capacità di dominare la parola e la particolare destrezza che Barbara dimostra non le impediscono di essere insicura come ogni altro, non le impediscono di essere dubbiosa, curiosa, stranita. In una parola: umana.  

“Insicurezza”, infatti, è la prima poesia, il primo concetto che la Bracci affronta.

L’ultimo concetto, “Complessità II”, è una reiterazione del tema (da qui il II che accompagna il titolo), ripetizione forse dovuta, appunto, alla sua complessità, che già Barbara aveva tentato di descrivere all’interno dell’opera senza, forse, a suo giudizio, riuscirci.

Un'altra parola-chiave della raccolta è “Imperfezione”, un’imperfezione  che ossessiona la poetessa nonostante la perfezione formale raggiunta, un’imperfezione che la perseguita anche nel suo nome (scrive in questa lirica: “Il mio nome. Due sequenze perfette / rotte dal finale / bar bar a).

Inoltre proprio in “Imperfezione” la Bracci scrive: “L’imperfezione, / unico piatto della bilancia, / Libra.”, trovando, così, il titolo che è emblema stesso dell’opera.

 Avendo a che fare con una realtà che è “Complessità” a cui si tenta disperatamente di dare identità tramite l’uso della parola, è ben facile sentirsi impotenti, inabili, imperfetti, cogliere i limiti del proprio (anche se acutissimo e originalissimo) pensiero, cadere nel dolore che ognuno di noi prova nel trovarsi immagine di “Imperfezione”.

Essa rimane, dunque, l’unico piatto della bilancia, un piatto che Barbara ha saputo riempire di testi veri, pregnanti, corposi, facendoci condividere con lei il mistero di questa realtà assurda che alle volte ci investe e stordisce, di questa “Libra” immensamente difficile da descrivere quanto immensamente affascinante.

 

"RossOpaco" di Gianfranco Rossodivita (Ibiskos Editrice Risolo) 

Recensione di Barbara Bracci

RossOpaco è una raccolta di poesie che viaggiano sui binari dell’amore dolente, di una mente che consola, di un passato da cullare. Tutto nasce e parte dalla “A”, iniziale di donna e capolettera del sentimento più nobile, che asseconda il divenire naturale e trasfigura nell’incomunicabilità dell’ Assenza (Accostato alla riva , di un lago artificiale/ registro l’onda marginale […] Amore mio ho lasciato/ questo messaggio audio per te/ in segreteria).                                                                                                     L’elemento della natura si fa serrata identificazione, sincronica pulsazione (In Acqua sorgiva/ trasfiguri) e insieme ellissi spaziale e temporale, ritardataria consapevolezza ( Le risposte che cerchi/ sono nascoste nei primi sguardi mattutini. L’amore nasce spontaneo/ come il sole dietro la città del vento).                                                                                                                                  La carne è trama leggera, respiro angelico, astrale, illusione di possesso ( T’abbraccio nella fatica/ dei mari galattici) , necessaria sordità all’altrui sentire ( L’impossibilità d’appropriarsi / della pelle reciproca) che si riversa nel più tragico e scottante dolore personale ( …dolore… dolore… tanto dolore).                                                                                                                                      Ma il Poeta sa ripartire dalla parola, sputando controvento, il Volo diviene mentale e la natura, immensità mutevole eppure integra, restituisce il valore non più platonico della dignità, della forza, della nobiltà d’animo (Bisogna sentirsi, come nuvole/ Figure identificate dagli sguardi terreni). Il dolore ha saldato le ossa e ha generato una resistenza dura come la pietra, rabbiosa come un fuoco, che si prende gioco del destino e si fa concitata e fraterna incitazione (Vano è il sacrificio di chi si vuol fermare. / Esci e respira./ Evadi dalla tua insensata prigione).                                                                                                                                           E’ così che il sentimento passionale si rigenera e si moltiplica in un pathos umano vivo e lucido (nel perduto amore, rinnovo/ l’incanto rapito alle altrui vite), è così che la “A” di Amore diventa la “A” di Altro, di Michele, di Mario, di una lucciola sotto al bicchiere, della Gente sola, del padre e soprattutto, della Madre, femminile per essenza e tradizione, da cui tutto nasce, a cui tutto torna e che riscatta la figura della donna (Gemito doloroso del quale tua madre/ è destinata ad essere l’intimo custode). L’ermetismo denso si stempera via via in un ritmo più narrativo, il registro muta, si distende e sembra rispondere all’esigenza di una comunicazione più diretta, ma sempre preziosa nella metafora e policromica nell’effetto.                                                                 Il poeta dipinge Case, genti e vie, nell’efficace tentativo di trattenerli su carta e di resistere, ancora una volta, al disincanto del tempo che passa, spietato, portando con sé cambiamenti inevitabili (Nelle pieghe della mente/ conservo i volti e i vocii/ delle stagioni trascorse).                                                                                                                                                                                                    La missione del poeta è la memoria, anche preventiva, la rincorsa del pensiero e del sentimento, fino alle più remote viscere. La parola schiude così l’opacità del sentire e apre un universo poetico intimo e trasversale, etereo e carnale, speranzoso e combattivo nella più cupa disillusione. Madre, per questo mio sentire/ perché mi dicono…Poeta!!

"La Corolla del Ricordo" di Chiara De Luca (Kolibris Editore)

Recensione di Federica Volpe

 La corolla del ricordo è un testo imperdibile.

Contiene in sé un’umanità senza fondo, un’umanità che fora e sfiora il disumano (o meglio il sovrumano) poiché rintanata tra le pieghe raffinate d’una poesia pura, ricca, che mai scende a compromessi con la banalità e la pochezza di cui il mondo vive  e s’intossica così facilmente.

E questa umanità immensa, questa poesia titanica, hanno un volto,  e un nome: Chiara De Luca.

 L’opera, divisa in due sezioni, si apre con tre versi che hanno tutto il sapore dell’eterno, tutta la consistenza eterea d’una poesia profonda e ben studiata:

 

Ancora vengo ad annusare l’abisso,

riaprirmi le vene per immergere

la penna e sanguinare versi sul silenzio

 

 Si potrebbe dire, osando un po’, che in questi tre versi sta racchiusa una parte della poetica della poetessa, composta di tre elementi.

 Uno è l’abisso, il vortice assurdo dell’ignoto, dello sconosciuto, dell’oscuro, che viene annusato, con una confidenza quasi amicale, ed è la fonte primaria e primigenia della poesia stessa.

 La seconda componente, che è rappresentata dal secondo e da parte del terzo verso, è, invece, il dolore. Esso è appunto inchiostro necessario senza il quale non sarebbe possibile compiere il parto di quell’abisso annusato, ed è un dolore sentito così profondamente necessario da divenire quasi volontario (“riaprirmi le vene”, la cruenta azione è svolta dall’io narrante, che fa uscire da sé quell’abisso, quel dolore, visto dalla poetessa come il suo stesso sangue, una parte di lei, che le appartiene e che viene donato al foglio).

Il terzo elemento, infine, è rappresentato dal silenzio. Esso è altra componente fondante e fondamentale della poesia della De Luca, senza il quale la poetessa non potrebbe scrivere: lo descrive come foglio sul quale la poesia va a giacere. Il silenzio le consente la rielaborazione, la solitudine necessaria al conoscersi e al conoscere, la ricerca del coraggio che serve raccogliere per il parto.

 

 I temi dell’opera poetica vera e propria sono vari ma ripetuti, cadenzati in modo ciclico come danza imposta all’animo della poetessa scolpito dal tempo e dalle ferite che esso le ha inferto.

Vi è un continuo ritorno di un passato che la ossessiona, che non vuole staccarsi dalla pelle, che non vuole smettere di essere suo, di torturarla, di tirarle le braccia per farla voltare indietro (gli sguardi piantati / a sangue su ciò che sei stata); (Si riapre la corolla del ricordo).

Vi è un continuo pensare alle parole, e alla loro inutilità, alla loro pochezza, ai rapporti falsi che si vanno creando tra persone non disposte al donarsi, al condividersi, troppo impaurite e incapaci, che si schermano dietro i falsi sorrisi (Nessuno nell’aria del mattino – nell’uscire / presto lo spavento della notte – placa il sorriso/ bugiardo)  e dietro alle tastiere dei PC (…e il vuoto / dei ti voglio bene da tastiera / e immensa stima…).

Vi è un continuo rimando alla natura, una natura spesso empatica, una natura che strozza, crolla addosso, costringe, (guarda come impercettibile / precipita l’intonaco del cielo); (Vento porta disperato il canto / di un bimbo che si culla nella pelle).

Vi è un continuo rimando alla città, Bologna, alle sue stazioni (Nostalgia di treni e di stazioni /di chi si siede e senza domandare / inizia a raccontarti la sua storia), al rapporto complicato che vige tra la poetessa e la città stessa (bugiarda sempre Bologna si risveglia), alle persone che la calpestano e l’attraversano (Vedi quante palpebre ha sull’autobus la vita).

Vi è un continuo buio, un’atmosfera tetra, ferita, disperata, sublimata e illuminata, però, dalla poesia, che diventa così una poesia fatta di luci ed ombre, fortissima, grandissima, profondissima.

Ho spesso definito la poesia di Chiara De Luca “luce lugubre”, poiché rende bene questo suo essere buio che esplode di luce, e questo suo far spiccare il fiore luminoso dell’arte solo dopo più letture, solo dopo aver ricomposto i lembi d’una poesia sofferente, ansimante, spezzata, solo dopo aver colto il momento fulmineo in cui il boccio s’apre e sparge in tutto l’essere del lettore il suo agrodolce profumo.

Chiara De Luca implora ed impone pazienza, passione, silenzio.

Solo allora  la poetessa sa donarsi, aprirsi, far riaprire “la corolla del ricordo”.   

 

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